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John Densmore Dopo I Doors

Dei tre Doors superstiti, John Densmore fu fin dall’inizio quello che più degli altri vide con maggior distacco l’avventura che ne aveva segnato indelebilmente animo e carriera alla fine degli anni sessanta. Considerabile forse un po’ come il George Harrison della band losangelina, il quiet one che, primo nella storia del rock, con la propria batteria aveva seguito direttamente i testi e le parole delle canzoni che suonava, Densmore inizialmente fu persino tra i più convinti sostenitori del fatto che i tre compagni avrebbero dotuto continuare il discorso iniziato poco più di cinque anni prima, ma anche il meno entusiasta all’idea che Jim Morrison potesse essere sostituito con altri cantanti. E dire che il batterista era sempre sembrato, e per molti versi era davvero così che stavano le cose, il meno legato alla figura di Morrison e senza ombra di dubbio quello che soffriva di più la presenza di Jimbo, il Mr Hyde in cui il cantante si trasformava sotto l’effetto dell’alcol. Tuttavia, quel disagio che provava ogni volta in cui un nuovo nome veniva pronunciato da Krieger e, soprattutto, da Manzarek nasceva dal fatto che in realtà John fosse quello che probabilmente a livello emotivo non riusciva minimamente ad elaborare quel lutto. Anche per questo, forse, non prese poi così male quel ritorno a casa del tastierista che di fatto diede vita alla Butt Band: il non essere più costretto a girare per i locali con il nome Doors era l’unica cosa in grado di dargli quel minimo di serenità che gli permetteva di suonare ancora l’amato strumento. Fallita l’avventura, però, Densmore cedette alla cosa di cui era più convinto: era stato per anni in una delle più grandi band di tutti i tempi e non aveva alcun senso averne una nuova. Al di là dei lavori postumi, compresi i live in cui la voce di Morrison tornava ciclicamente in vita per qualche session, Densmore finì così per dare sfogo alle altre sue passioni, dalla poesia, alla recitazione, al…balletto. All’inizio degli anni ’80, a sorpresa passò così dal poter entrare nella Rock N Roll Hall Of Fame al girare gli Stati Uniti per due anni con la compagnia Bess Snyder and Co., per poi riuscire a realizzare un paio d’anni dopo un altro dei propri sogni personali, mettendo in scena al La Mama Theatre di New York ‘Skins’, un monologo che aveva scritto qualche tempo prima. L’apprezzamento del pubblico e la scoperta del talento nascosto portarono l’ex Doors ad avere diverse parti in rappresentazioni teatrali, serie Tv e qualche comparsata cinematografica, tra cui le più significative sicuramente quelle nel cult movie musicale ‘Get Crazy’, spalleggiato da uno splendido Malcolm McDowell e con la presenza di Lou Reed, Mick Jagger e Bob Dylan e il nostalgico cameo di ‘The Doors’ di Oliver Stone, in cui il nostro interpretava un tecnico del suono. Gli anni novanta, complice l’ennesima riscoperta della discografia doorsiana, riportarono i tre vecchi amici a riavvicinarsi e, di conseguenza, a far riprendere confidenza con le bacchette il vecchio John. Dissidi, questioni legittime di principio e processi sanguinari, col tempo, portarono Densmore ad abbandonare di nuovo quello che da ragazzo aveva profondamente aiutato a diventare uno degli act più celebrati della storia della musica popolare, lasciando ai compagni l’onere di portarne in giro l’eredità spirituale. Questa, però, è tutta un’altra storia…

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