MK-Lunga-attesa (2)

Marlene Kuntz – Lunga Attesa

Avevamo lasciato i Marlene tre anni fa, con le suggestioni contenute nell’ottimo “Nella tua luce”, che proseguiva quel percorso di cantautorato rock ben miscelato alle loro origini noise già iniziato con “Uno”, album che, pur cedendo il passo a una certa dose di tranquillità non perdeva nulla in profondità e potenti immagini poetiche. La band cuneese torna oggi con questo “Lunga Attesa” e, a parere di chi scrive, di aspettare ne è valsa veramente la pena: qui siamo di fronte ad un album di quelli che escono solo dopo venticinque anni di onorata carriera, quando hai sondato veramente le tua capacità artistiche e sai dove spingere i tuoi limiti e le tue sonorità. Il disco è potente. Nelle chitarre, in primis, con una produzione che ha lavorato parecchio per creare un muro di suono compatto e disturbante: sentire la cavalcata quasi metal di “Niente di nuovo” ha fatto godere parecchio il sottoscritto; ma potenti sono anche i testi, tanto che mai prima di oggi Godano si era scagliato in questo modo contro tutto e tutti: contro la banalità della realtà che ci disintegra in “Narrazione”, contro chi parla a vanvera nel sincopato singolo “Fecondità”, o ancora in “Lunga Attesa”, che ci riporta ad echi di vile memoria e si interroga con filosofiche domande sulla nostra esistenza. Per poi regalare perle di poesia romantica in “Un Po’ di Requie”. Il disco ha un incedere incalzante ed ogni brano trova la propria collocazione senza mai annoiare l’orecchio di chi ascolta, intervallando momenti più cupi a episodi più leggeri come “Un attimo divino” e la punkeggiante “Leda”, che sarà sicuramente un ottimo invito a scatenarsi dal vivo. Centro e cuore pulsante del disco sono in particolare “La città dormitorio” e “Sulla strada dei ricordi”: la prima, oscura e compatta, ha un ritornello insidioso e cantilenante e si chiude con un bell’intreccio di cori sulle frasi finali urlate da Cristiano, mentre il testo potrebbe essere letto a sé senza musica e non sfigurerebbe per la sua forza. La seconda, invece, è più tagliente e maestosa e crea un interessante esperimento di meta-testo dove Godano ci porta a percorrere un’immaginaria strada di ricordi che rievoca le sensazioni di vecchi brani della band. Sette minuti e venti che volano in un attimo. Chiude questo meraviglioso affresco “Formidabile”, un brano ottimista ed energico che pare volerci ricordare che, nonostante le brutture del mondo, c’è sempre la possibilità di brillare.

Ho sempre considerato i dischi dei Marlene come tappe di un percorso artistico in continuo divenire: anche quando i critichini si scagliavano contro il loro “ammorbidimento” e davano fiato alle trombe del giudizio, accoglievo il cambiamento godendo proprio di questo. Oggi, l’ascolto di “Lunga Attesa” ci restituisce ottimismo verso una scena musicale italiana che è ancora capace di regalare dischi di ottima fattura.

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