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La Volta In Cui Pisciai Con Iggy Pop

Mi rodeva il culo da almeno una settimana e quella mattina, l’ultima prima dell’evento a cui non ero riuscito a farmi accreditare, nessuno poteva parlarmi di nulla che avesse a che fare con la musica. L’idea che da lì a qualche ora gli Stooges avrebbero aperto per i Foo Fighters, di ritorno in Italia a cinque anni e un paio d’album dall’ultima volta, senza di me mi faceva davvero incazzare come una bestia. Le avevo provate tutte, ma quella volta sembrava non dovesse proprio andare. Certo, in tasca avevo giusto giusto la cifra che mi avrebbe permesso comunque di entrare regolarmente dalla porta principale, ma quegli stessi soldi mi dovevano servire ad arrivare alla fine del mese senza dovermi umiliare, come spesso mi era capitato in prossimità della stagione concertistica. Tuttavia, l’idea di passare la serata a guardare Porta A Porta mi uccideva dentro, quindi decisi di giocarmi tutte le carte a disposizione. L’idea principale era banale, ma di quelle che alla fine funzionavano sempre: chiedere un’intervista a uno dei gruppi che avrebbero suonato il pomeriggio e poi non uscire più dall’area del concerto. Un super classico del giornalismo fai da te che, negli anni, mi aveva permesso di raggiungere gente come Lemmy o Ronnie James Dio. Il piano geniale tramonta tuttavia immediatamente, sotterrato da una quantità imbarazzante di risposte negative alle mie paraculissime richieste via mail. Oltretutto, i gruppi del pomeriggio non erano i classici stronzi messi lì come riempitivo da quattro soldi, ma era tutta gente di livello assoluto, come Social Distortion e Hives. Evidentemente, la cosa più semplice da fare sarebbe stata quella di passare per una delle mille testate per cui scrivevo, ma quando gli eventi si facevano di un certo livello, in genere, si muovevano i pezzi grossi. Molto spesso ero quindi costretto a muovermi per conto mio, chiedendo direttamente al promoter di turno, ma in quel caso anche quella possibilità mi era stata preclusa, perché la portata dell’evento era troppo grande per permettere inbucate di sorta. Due Ceres bevute prima dell’abbandono al vittimismo e all’autocommiserazione che seguiva sempre quei fallimenti e decido che questa volta devo davvero tentarle tutte, anche a costo di perdere la dignità. Mi reco dunque alla location designata, un polo fieristico costato uno sproposito, costretto ad organizzare eventi mastodontici in un parcheggio per recuperare le spese disumane sostenute. La solita merda made in Italy, insomma. Resisto alla tentazione di passare in cassa a fare finta di essere stato accreditato e provo ad entrare da un ingresso secondario. Ai lavoratori della fiera sparo a raffica qualche nome di discografico, un paio di testate musicali e il fatto che sono in ritardo per un’intervista importantisssima, che rimmarrà loro sulla coscienza in caso di fallimento. Come immaginabile, ai tre non frega un cazzo delle mie richieste, tant’è che non sanno nemmeno che evento sia in programma. Sanno bene, però, che una manica di stronzi lunga come Corso Buenos Aires proverà ad entrare con le scuse più idiote e, di conseguenza, mi lasciano fuori. Poi, di colpo, l’illuminazione: chiamo un mio amico fotografo e gli chiedo se posso entrare nascosto nel bagagliaio della sua macchina: ho già con me la coperta da clandestino utilissima in quelle occasioni. Da grande fotografo gonzo quale è sempre stato, il mio socio non può che rispondere in modo affermativo, dunque lo aspetto sulla strada per quella che si preannuncia come la mia personale grande truffa del rock n roll. Tutto funziona alla perfezione, la macchina viene fatta passare e in pochi minuti mi trovo nel backstage dell’evento assoluto dell’estate live italiana del 2011. Il vero problema è che senza pass non potrò mai uscire da dove mi trovo e, soprattutto, che sarò costretto a nascondermi ogni qual volta qualcuno della security o dell’organizzazione farà il proprio ingresso nell’edificio. Ha così inizio un pomeriggio completamente senza senso, in cui i vari addetti stampa mi invitano ad intervistare i loro artisti uno dopo l’altro, ignorando il fatto che io nemmeno dovrei trovarmi in quel capannone adibito a sala stampa. Il tutto intervallato dalle mie fughe nei bagni per evitare di essere preso e buttato fuori a calci nel culo. In uno dei miei nascondigli, finisco per trovarmi nel camerino degli Hives, dove intrattengo una folle chiacchierata sul futuro del rock insieme al cantante Pelle Almqvist avvolto in un accappatoio dalle tinte quanto meno discutibili. Poco dopo, è il momento di Dave Grohl: poche volte mi sono cagato addosso in quel modo di fronte ad uno dei miei eroi musicali. In pochi secondi penso alla mia adolescenza in compagnia delle sue pestate sulla batteria e, per un attimo, resto incantato a guardarlo. Mi sveglia bruscamente il classico ringhio di una delle illuminatissime guardie della sicurezza, che mi invita a smettere di guardare il leader dei Foo Fighters, dicendomi che non mi è concesso (sì, proprio così). Quel grugnito, tuttavia, si rivela fondamentale, riuscendo ad attirare l’attenzione dell’ex Nirvana, che raggiunge così me e la manciata di persone che mi circondano per un saluto e un ringraziamento per l’amore nei confronti della sua band. A quel punto, il bisogno di andare in bagno si fa improvvisamente reale e mi dirigo verso il luogo che fino ad allora aveva ospitato le mie fughe. Entro e mi dirigo verso il muro adibito alla minzione, dando finalmente sfogo ad un bisogno che si era fatto insopportabile. Sovrappensiero, di colpo, mi accorgo di non essere solo e mi giro d’istinto alla mia sinistra: al mio fianco, sorridente, stava pisciando Iggy Pop. Sì, una delle più grandi leggende della storia del rock, che con gli Stooges aveva infranto il sogno dei figli dei fiori e che aveva mostrato il suo uccello a milioni di fan adoranti, ora lo stava facendo solo per me. Da Vespa, intanto, Berlusconi stava dichiarando che avrebbe tolto l’Ici: avrei visto un cazzone anche dal divano di casa mia.

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