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Bob Dylan – Fallen Angels

Se Bob Dylan avesse pubblicato trent’anni fa i due ultimi album della sua discografia, tutti avrebbero gridato allo scandalo, lapidando metaforicamente l’autore di Mr Tamburine Man. Oggi, invece, l’ennesima svolta musicale del più grande artista del ‘900 viene accolta come qualcosa più vicina al miracolo che all’opera terrena. Perché? Partiamo con dire che Fallen Angels, così come il suo predecessore, è un album splendido, senza una nota fuori posto e di una classe inarrivabile per chiunque si professi artista al mondo. Tutto questo, tuttavia, è sempre importato poco alla critica, sempre intenta ad occuparsi di ogni aspetto superficiale della questione. Tutto fuorché la musica, insomma. È buffo pensare che Dylan, di cui si sottolinea da sempre il fatto di non essere diventato celebre grazie alla bellezza della sua voce, nell’ultima parte della sua carriera stia seguendo le orme di uno che veniva indicato con l’appellativo di The Voice. Per quello che conosco Dylan, credo che anche questo non sia un caso. Così come di certo non è un caso che Mr Zimmerman non abbia mai cantato così in vita sua. Ennesima presa per il culo colossale della massa, da sempre convinta di conoscere un artista solo per il fatto di possederne tre raccolte e l’ultimo album. Non nascondiamoci dietro a un dito: tutti continuano a riferirsi a lui come al menestrello di Duluth, ma è una cosa che non ha più alcun collegamento con la realtà da quarant’anni. È totalmente anacronistica. Dylan oggi è un reazionario vero, uno che interpreta brani resi celebri da uno degli emblemi di ciò da cui tutti lo ritengono lontano anni luce. È il Dylan vestito da cowboy, quello delle pubblicità di Chrysler e Victoria’s Secret. Quello ancora capace di prenderci tutti per il culo. Il più grande di sempre.

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