John Corabi

Dead Daisies: Parla John Corabi

 

I Dead Daisies sono uno dei gruppi più chiacchierati degli ultimi anni e per ovvi motivi. Dall’anno della loro formazione, infatti, la band ha costantemente cambiato line up, ma pescando sempre tra pezzi da novanta della scena hard rock e sleeze degli ultimi vent’anni, dando vita di fatto ad alcuni degli album più genuinamente rock ‘n’ roll pubblicati da qualche anno a questa parte. John Corabi, al secondo album da frontman della band, ci ha parlato di Make Some Noise, del suo passato e di un incontro molto particolare…

Qualcuno ha detto: come si fa a definire gruppo un combo che non è ancora riuscito a pubblicare due album con la stessa formazione?

Diciamo che, detta così, può sembrare un’osservazione parzialmente vera, anche se esageratamente severa. La realtà credo sia comunque da un’altra parte. La natura di questa band è dagli esordi volutamente in divenire: l’idea di David (Lowy, fondatore del gruppo nel 2012. ndr) era quella di mettere in piedi una sorta di collettivo che potesse avvalersi dell’apporto di alcuni grandi nomi della scena australiana e di Los Angeles per fondere due filosofie musicali che avevano dato vita a pagine fondamentali della storia del rock. Se la vedi così, il suo progetto si è pienamente realizzato. Detto ciò, sono anche convinto del fatto che più una line up è stabile e migliori saranno i risultati nel tempo. Di certo la prolificità con cui stiamo creando musica dimostra che nessuno di noi prende quest’avventura come un side project, ma come il primo impegno della della propria vita.”

Va detto, poi, che se a chiamarti sono Axl Rose, Slash e Duff McKagan deve essere molto difficile dire di no…

Capisci che mancare ad un appuntamento di quel genere significa aver perso completamente il cervello (ride, ndr). Questa band, ad un certo punto, era una sorta di succursale dei Guns anni duemila e, francamente, credevo che prima o poi sarebbero tornati tutti a suonare con Axl, ma mai mi sarei aspettato una cosa del genere. Paradossalmente, ora la responsabilità di gente come Richard Fortus e Frank Ferrer è molto più alta, perché prima sostituivi musicisti molto amati dal pubblico, ora suoni insieme a metà della band originale, quindi devi dimostrare ancora di più di valere tanto da affiancarli. Ad ogni modo, parlando di Richard, non mi stupisce che abbiano deciso di confermarlo: in quel genere non sono molti i musicisti come lui, credimi ed oltretutto è una persona fantastica.”

Tuttavia, credo che essere consolati da gente come Doug Aldrich non sia una cosa da poco. Un altro personaggio conosciuto per la sua grande umanità, prima ancora che per il grande musicista che è.

Puoi dirlo forte, amico. Doug è uno dei musicisti migliori della sua generazione e non solo per quello che ha fatto negli ultimi trent’anni, ma per come l’ha fatto e per il ricordo che lascia di sé ogni volta in cui la sua strada incrocia quella di qualcuno. Pensa solo all’importanza che ha avuto nel ritorno degli Whitesnake: è un dato di fatto che lo stesso Coverdale non si esprimesse a certi livelli dalla fine degli anni ottanta e se hai avuto modo di parlare con lui anche solo una volta, la prima cosa che ti dice è che nulla sarebbe stato così senza la presenza di Doug. Sai, David è uno che di chitarristi un po’ se ne intende (ride, ndr). Inevitabilmente, a livello di sound qualcosa è cambiato in Make Some Noise e la cosa non può che essere salutare, ma Doug ha avuto anche l’intelligenza di non stravolgere il nostro progetto, ma di inserirsi con grande umiltà, aiutato anche dalla presenza di Marco (Mendoza, ndr), un altro che se ne intende di serpenti…”

Il successo del disco precedente e di un singolo schiacciasassi come Mexico vi ha esposto ad un clamore che forse nemmeno voi avreste immaginato, creando grandi aspettative. Quanto ha influito sulla realizzazione di Make Some Noise?

Una band non ha bisogno di leggere sui giornali che il disco che sta per pubblicare potrebbe cambiare in meglio le sorti della sua carriera: è una cosa che ogni musicista avverte dentro di sé al momento opportuno. Nel nostro caso, le cose stanno in modo un po’ differente, nel senso che nessuno di noi è uno sprovveduto e le nostre età ci permettono di capire in anticipo certe cose, ma allo stesso tempo di affrontarle con la giusta dose di buon senso. Non sto dicendo che le vivi in modo distaccato, ma semplicemente che sono meccanismi che ti sei già trovato a vivere e per i quali disponi dei giusti sistemi di difesa. Non so se capisci cosa voglio dire. Quando qualcosa di buono nasce, allo stesso modo, te ne accorgi subito: sapevamo che Mexico avesse tutte le caratteristiche per piacere ad una certa fetta di pubblico, ma ripeterla all’infinito non avrebbe avuto senso, per lo stesso motivo che ti spiegavo primo: avere alle spalle un po’ di carriera ti permette di essere libero.”

Per la prima volta la band mi sembra maggiormente svincolata dal passato dei propri membri. Penso ad un pezzo come Last Time I Saw The Sun, ad esempio, non riconducibile a nulla di precedente. Sei d’accordo?

Devi sempre pensare che quando metti in piedi un progetto di questo tipo, la prima cosa a partire è proprio la caccia alle influenze e ai rimandi a questo o a quel gruppo di cui i membri hanno fatto parte. Se devo essere sincero, questa per me è una delle cose affascinanti dei cosiddetti supergruppi, perché è bello vedere cosa può prendere vita da una serie di musicisti con alle spalle una carriera di un certo livello. Credo che negli ultimi due album le influenze di certe band siano evidenti e nessuno di noi ha fatto nulla per nasconderlo: sono un grande fan dell’hard rock degli anni settanta, sia inglese che americano, così come di tutto quel fermento che si respirava all’inizio degli anni ottanta da una parte all’altra dell’oceano. Ognuno di noi è quello che ha ascoltato, c’è poco da fare e prima ancora che un musicista, sono un fruitore musicale maniacale. La mia storia insegna che questo, insieme all’assenza completa di paura del rischio, sia uno dei punti fermi della mia carriera. Sono anche un grande fan dei Queen, uno dei miei gruppi preferiti in assoluto.”

Li hai mai visti dal vivo?

No, però ho conosciuto Brian May nel corso di un party molti anni fa ed è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Tra l’altro fu un incontro davvero particolare, perché fu lui a venirmi incontro e a cominciare a parlarmi. Ai tempi io ero ancora negli Scream e i Queen avevano da poco firmato un contratto con la Hollywood Records per la distribuzione del loro catalogo in America. Quando capii che Brian si stava avvicinando proprio a me, ebbi un attimo di panico, perché non capivo cosa potesse venirmi a chiedere. Insomma, mi si mise di fronte e iniziammo a parlare di varie cose. Ad un certo punto, Brian fece riferimento ad una persona che avrei dovuto conoscere, ma che in realtà non sapevo minimamente chi fosse. In quell’esatto momento capii che mi aveva semplicemente scambiato per qualcun altro: e io che pensavo che avesse sentito il nostro album e che mi volesse fare i complimenti per qualche canzone (ride, ndr). Ad ogni modo, resta uno degli episodi più divertenti della mia vita.”

Avresti mai pensato che nel 2016 tu saresti stato in piena attività e i Crüe in pensione?

E come si poteva immaginarlo. Allo stesso tempo, credo che la cosa abbia stupito comunque più chi pensava che sarei stato per sempre quello che aveva sostituito Vince Neil. Il fatto che i Motley non siano più in giro a suonare, è un danno per tutto il sistema ed è triste pensare di non poter più uscire una sera e vedere cartelloni che ne annunciano l’arrivo in città. Con loro finisce anche una parte di Los Angeles, in qualche modo. Però la loro idea era quella di chiudere prima di diventare ridicoli e questo gli fa davvero onore. Inoltre non vanno dimenticate le condizioni di Mick Mars, per il quale andare in giro per il mondo a quei ritmi era diventata una cosa insostenibile. Dal vivo non li vedremo più, ma non credo che in studio non possano più creare nulla di nuovo e loro stessi non hanno chiuso completamente la porta ad un evento del genere. Ho amato la band, ho grandi ricordi di quei cinque anni insieme e non mi sentirai mai dire: io sono sopravvissuto mentre loro non esistono più.”

Il disco che registrasti con loro ha avuto una sorte simile a quella di Born Again dei Black Sabbath: si fa fatica ad inserirlo nella discografia del gruppo, ma è considerato una delle cose migliori uscite con quel moniker.

Il paragone con Born Again mi piace molto, anche perché si tratta di un album che ho sempre amato moltissimo. In effetti, se uscito con un altro nome, quel disco avrebbe ricevuto un’accoglienza completamente diversa. Non ho alcun rimpianto a riguardo, anzi ancora oggi riesco a capire l’importanza di quel momento della mia vita e, allo stesso tempo, comprendo perfettamente lo stato d’animo dei fan di una band che, improvvisamente, si sono visti rimpiazzare il loro cantante storico con un semi sconosciuto. Era inevitabile che Vince se ne andasse in quel momento, così come che vi facesse ritorno da lì a qualche anno: inconsciamente tutti eravamo a conoscenza di quella cosa e nessuno si stupì davvero quando accadde. Se oggi penso a tutta la faccenda, mi spiace solo che la frenesia delle nostre vite ci abbia portato a frequentarci pochissimo negli ultimi vent’anni, perché sono ragazzi a cui voglio ancora bene.”

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