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Michael Jackson: Ecco Cosa Pensiamo Di Leaving Neverland

La messa in onda anche in Italia di Leaving Neverland, il discusso documentario di Dan Reed sui presunti abusi sessuali nei confronti dei minorenni James Safechuck e Wade Robson da parte di Michael Jackson, non può che riaprire un dibattito senza fine: il lavoro di un artista va apprezzato a prescindere dalla sua vita privata? La questione è assai annosa, soprattutto quando i protagonisti delle vicende non sono più tra noi, ma anche quando, pur essendolo ancora, vengono processati prima dal tribunale popolare che dalla Legge. Un argomento spinoso che, se vogliamo, può arrivare a toccare persino quei filosofi su cui si è basato gran parte del nostro pensiero: il fatto che, ai tempi, i rapporti con minori venissero considerati una cosa accettabilissima non rende certo tale pratica meno deprecabile, ma può incidere sulla validità dei loro editti? In questo senso, credo che l’evoluzione e il progredire dell’umanità abbiano fatto in modo che pratiche per noi oggettivamente aberranti, ma un tempo tollerate, si siano trasformate in qualcosa di unanimemente condannabile. Cambiando contesto e innalzando il tasso di provocazione, se Hitler non fosse stato un creatore di orrende croste, ma un pittore tale da essere annoverato tra i più grandi di sempre, come sarebbero considerate le sue opere? E tutta la deriva del sacrosanto movimento Me Too? È stato giusto eliminare, come se non fossero mai esistiti, attori come Kevin Spacey, per altro per la legge ancora del tutto innocenti? Per il fan medio, la risposta è molto semplice: se il protagonista della vicenda è un proprio idolo, va difeso a spada tratta. Altrimenti, via al giustizialismo. Anche il più becero. Diverso il punto di vista di chi quelle molestie, se reali, le ha vissute in prima persona. Difficile immaginare una vittima dire: sì però in quel film fa una parte straordinaria; o ancora: mi ha violentato, però che artista. Conosco persone che hanno lavorato con superstar nostrane che, per molto (davvero molto) meno, hanno dato fuoco a tutti gli album che avevano in casa prima di iniziare a lavorare con loro. Questo per dire che non credo possa esistere un metro di giudizio universale su argomenti cosi delicati. Per quanto mi riguarda, ogni volta in cui un fatto è stato appurato, e penso a casi come quello di Gary Glitter, non sono stato così lucido da riuscire a scindere le due cose. Ad ogni modo, tornando a quel Leaving Neverland da cui tutto era iniziato, stamattina mi sono ritrovato davanti alla tv a guardare Billie Jean insieme a mia figlia ed ero così condizionato da tutta questa storia da chiedermi se stessi commettendo qualcosa di morboso. Una cosa che mai prima d’ora mi ero chiesto e che, onestamente, considero ingiusta. Non perché credo per partito preso che le presunte vittime del Re del Pop non meritino considerazione o rispetto, ma perché l’intera operazione puzza come gli ospiti in casa dopo tre giorni. Attaccandomi proprio al discorso del movimento Me Too e alla catena di denunce successive alla prima, mi chiedo come sia possibile che, nel giro di trent’anni, gli accusatori di Jackson non arrivino a coprire per intero nemmeno le dita di una mano. Un pedofilo non commette atti random, quando gli capita insomma, ma lo fa in modo compulsivo. Per tutto l’arco della propria vita e senza guardare a nulla. Nemmeno ai gradi di parentela. Tutti gli psicologi e gli psichiatri che l’hanno esaminato negli anni hanno ribadito fermamente che il profilo di Jackson fosse assolutamente incompatibile con quello di un pedofilo. Sottolineando piuttosto il fatto che il suo stato mentale, per molti versi, fosse riconducibile a quello di un infante. Inoltre, entrambi i protagonisti del video testimoniarono a suo favore ai tempi del primo processo. Furono pagati? Forse. Appare tuttavia strano che il Signor Robson abbia provato senza successo a prendere parte al musical del Cirque Du Soleil basato proprio sulla musica di Jackson. Vedere poi la madre di Safechuck parlare di certi fatti ridendo per quasi tutto il corso delle interviste, lascia altri dubbi. Parecchi dubbi. Perché se, come dici, tuo figlio veniva violentato ripetutamente nello stesso giorno da un adulto, tu quell’adulto lo vorresti morto. Anche mille volte. Anche se è già morto da dieci anni. Da trattare in modo diverso, invece, le critiche circa la mancanza di testimonianze a favore della pop star: una cosa così irrealizzabile all’interno di un documentario di questo tipo da essere comprensibile persino a un bambino. Una cosa però me la sono sempre chiesta: nel 2003 Pete Townshend, leader degli Who, venne arrestato perché trovato in possesso di materiale pedopornografico. Da grande fan degli Who, la cosa mi scosse non poco. Pete si difese dicendo di aver subito abusi da piccolo e, per questo motivo, di aver deciso di mettersi alla ricerca dei finanziatori di questi siti. Townsend sostenne che il suo scopo era quello di smascherare una catena di flussi finanziari che dagli orfanotrofi russi arriva alle banche britanniche. Confessò anche di aver pensato più volte al suicidio. Oggi, quando parliamo degli Who, non li descriviamo come la band capitanata da un pedofilo. Francamente, spero si arrivi alla stessa conclusione anche nel caso di Michael Jackson.

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