Woodstock

Woodstock: Chi Non Partecipò

Un giorno, un amico che aveva vissuto molti anni negli Stati Uniti mi disse: a Woodstock parteciparono circa cinquecentomila persone, ma se provi a chiedere ad ogni cittadino americano tra i sessantacinque e i settantacinque anni dove si trovasse tra il quindici e il diciotto di agosto del 1969, ti risponderà che lui c’era. Del mito del festival creato da Michael Lang e compagni si è detto tutto ma, a tanti anni distanza, la linea tra mito e realtà ha finito per assottigliarsi al punto da rendere molto difficile parlarne prescindendo dalla mitologia. In realtà, benché epocale, anche Woodstock non riuscì in tutto quello che si era prefissato di fare. Quando nello stesso luogo sei riuscito a radunare gente come Jimi Hendrix, Who e Janis Joplin, ma anche artisti come Santana e Joe Cocker, che anche grazie alle performance di quei giorni sarebbero partiti alla conquista del mondo, è difficile che qualcuno abbia di che lamentarsi, ma a ben vedere i rifiuti ricevuti dagli organizzatori furono clamorosi quanto le adesioni. Segno chiarissimo che ai tempi il raduno di Bethel venisse considerato uno dei tanti mega raduni a cui poter prendere parte. In questo senso, basti solo pensare che Beatles, Stones e Dylan, tre dei capisaldi della controcultura degli anni sessanta disertarono la chiamata alle armi. L’invito ai Fab Four venne fatto quasi per dovere: ritiratisi da anni dalle scene live e ormai separati in casa, non avrebbero che potuto rispondere “no grazie” alla proposta. L’unico a mostrarsi interessato fu John Lennon che però, in pieno trip artistico amoroso, pose come veto la partecipazione in compagnia dell’amata Yoko. In questo caso, più clamorosa fu la risposta degli organizzatori: rimanete pure a casa, amici come prima. Il motivo dell’assenza dei Rolling Stones fu notevolmente più futile: convinto che la sua carriera d’attore meritasse più attenzione di un raduno di hippies, Mick Jagger accettò una parte nel terribile Ned Kelly di Tony Richardson, le cui riprese avvennero proprio nell’agosto di quell’anno. «Questo film rimarrà per sempre, Woodstock per una manciata di giorni», doveva aver pensato il buon Mick. Che non fosse un periodo fortunato per loro, gli Stones l’avrebbero capito solo quattro mesi dopo, organizzando il famigerato Festival di Altamont. Sull’assenza di Dylan si è poi detto un po’ di tutto. È noto che Lang avrebbe barattato almeno dieci degli artisti confermati pur di avere in cartellone His Bobbiness, ma le sue lusinghe si rivelarono inutili. Dylan si trovava in uno dei momenti più complicati della sua vita: dopo il fantomatico incidente motociclistico, niente fu infatti come prima. Sempre più nauseato dalla piega borghese presa dai protagonisti della musica di protesta, Bob era tornato sulla scena musicale con un paio di opere in forte contrasto con il proprio mito. Qualcuno sostenne anche anche il continuo andare e venire di vagabondi dai dintorni della propria casa, situata proprio a pochi chilometri dalla sede del raduno, avesse infastidito a tal punto Dylan da decidere di partire con tutta la famiglia per altri lidi. Più probabile che tra un festival che l’avrebbe accolto come il padre putativo di tutti gli artisti presenti, la cosa che meno desiderava al mondo, e il nascente evento all’Isola di Wight, Bob si sentisse più a suo agio nel dire di sì al secondo. Alcune defezioni entrarono direttamente nella leggenda: il Jeff Beck Group, già in cartellone, diede forfait all’ultimo minuto perché lo stesso Beck decise di tornare in Inghilterra per il timore che la moglie lo stesso tradendo. Probabilmente, alla fine degli anni sessanta il fiuto per gli affari di David Geffen non doveva essere ancora dei migliori: l’allora manager di Joni Mitchell, che sulla base del racconto del compagno Grahm Nash avrebbe scritto la celebre Woodstock, la costrinse infatti a non presentarsi per partecipare invece al Dick Cavett Show. Un altro degli epic fails più clamorosi della storia del rock. Non poteva mancare poi il girone degli spocchiosi. Tra i protagonisti assoluti, i Doors, per molti l’assenza più assordante di tutte. È vero, Jim Morrison e soci, reduci dallo scandalo di Miami e dalla successiva cancellazione di tutti gli show già schedulati, non se la passavano per niente bene ai tempi. Sul loro rifiuto si è detto molto, ma è indubbio che le performance sciamaniche e fortemente teatrali di Morrison sembrassero a molti fatte apposta per scatenare le pulsioni dionisiache di mezzo milione di persone alterate dall’uso di stupefacenti. Se Morrison si mostrò sempre molto critico sulle finalità del concerto, diversa fu la reazione di John Densmore, che non volle perdere l’occasione di presentarsi on stage durante l’esibizione di Joe Cocker. L’ammissione di colpa successiva di Robby Krieger, invece, è di quelle che lasciano pochi dubbi: «Non partecipammo a Woodstock perché eravamo degli idioti e pensavamo che sarebbe stata una copia di minor valore del Monterey Pop Festival». E poi c’erano i Led Zeppelin, gruppo agli esordi ma con già due album di incredibile successo alle spalle, che rispedirono al mittente l’invito: sarebbero stati semplicemente uno dei tanti, mentre loro volevano essere l’unica attrazione dello show. E comunque, nonostante oggi si tenda a crederlo, in quei tre giorni il mondo non si fermò, né migliorò più di tanto. Nonostante i negoziati di pace, la guerra del Vietnam continuava a mietere inutili vittime, la discriminazione razziale era ben lontana dall’essere il ricordo sbiadito di un epoca buia, mentre l’ideale di una vita fatta di pace e amore e di fantasia al potere finiva paradossalmente per apparire come qualcosa di sempre più ingenuo e irrealizzabile. Intanto, in quegli stessi giorni, a Birmingham un gruppo di teppistelli cresciuti proprio con gli album della generazione di Woodstock si apprestava a dare il colpo di grazia al concetto di Peace & Love: i Black Sabbath di Ozzy Osbourne e Tony Iommi.

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