Pearl-Jam-Gigaton-2020

Gigaton: La Non Superficialità Dei Pearl Jam

Un enorme ghiacciaio si scioglie. Sembra quasi di assistere al pianto del pianeta terra e lo sentiamo vero più che mai oggi, dilaniati dalla pandemia Covid-19. Gigaton, la nuova release in casa Pearl Jam, arriva nel momento del bisogno ed è più attuale che mai. La tempesta perfetta. Ci sono voluti sette anni dall’ultimo Lighting Bolt e un paio di lavorazione in studio. Un periodo duro, segnato anche dal lutto enorme, indicibile di Chris Cornell. Il risultato finale è stato ricomposto come un puzzle dalle mani del loro fonico di fiducia Josh Evans, qui per la prima volta in veste di produttore.

I primi quattro brani sono una vera goduria, il singolo Dance Of Clairvoyants, che aveva aperto spiragli di una possibile contaminazione elettronica, è viscerale e ben costruito. Un omaggio alla new wave, con un’interpetazione vocale degna di ogni rispetto. Who Ever Said dà quella spinta iniziale assolutamente necessaria, in cui anche il rallentamento nella parte centrale risulta perfetto: sarà un’apertura di sicuro impatto in sede live. Il garage rock di Superwoolf Bloodmoon è un esempio di mestiere, in cui Gossard e McCready fanno un ottimo lavoro con le chitarre. Finito il trittico iniziale, arriva Quick Escape, il pezzo che ha dato vita a fiumi di parole jalissiane su presunti plagi. Lasciamo perdere certe speculazioni, che lasciano il tempo che trovano: il brano è una bomba, con un giro di basso martellante, chitarre acide e un cantato di Vedder ispirato come non mai. Con tanto di citazione rivolta ai Queen nei primi versi. Alright, scritta da Ament, pur facendo venire l’acquolina in bocca con l’innovativa premessa, cede il passo a una canonica ballata. Peccato, occasione mancata. Ci si riprende immediatamente con Seven’O’Clock, dove si sente forte l’influenza di Springsteen. Anche nelle liriche, che lanciano un forte appello alla speranza: il finale, con quel “much to be done”, è da brividi. Si torna a premere l’acceleratore con Never Destination e Take The Long Way. La prima è scritta interamente da Vedder e suona un po’ scolastica, mentre la seconda, nata da un’idea di Matt Cameron, ha un bel tiro e un ritornello efficace. Buckle Up di Stone Gossard è una parentesi sospesa, leggera e dondolante. Il cantato di Eddie qui è quasi ipnotico. La scelta di far chiudere il disco, come nel lavoro precedente, da tre lenti rimane effettivamente una scelta discutibile. Comes Then Goes è la ballata dedicata a Cornell, intensa ma senza i brividi di una Come BackRetrograde, come suggerisce il titolo, compie invece un deciso passo indietro e insieme ad Alright risulta essere l’episodio peggiore di Gigaton. L’epilogo invece è affidato a un vecchio brano di Vedder, River Cross, dove organo e voce dilatano gli spazi e creano un’atmosfera crepuscolare: ottima conclusione.

Tirando le somme, Gigaton è un lavoro che richiede da parte nostra lo sforzo di un ascolto non superficiale. In un’epoca dove tutto è subito disponibile senza alcun approfondimento, la pratica di un ascolto attento potrà restituire sfumature e sensazioni che a prima vista erano sfuggite. Ai detrattori che li vogliono morti dal 2000 o prima, quest’ultima prova in studio è qui a ribadire che nulla che ha a che fare con i Pearl Jam riguarda il campo semantico della banalità.

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