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Intervista a Eugenio Finardi

Eugenio Finardi è uno dei più apprezzati cantautori che il nostro Paese abbia mai avuto. Il nuovo singolo Milano Chiama dimostra nuovamente, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto Finardi sia stato capace di mantenere intatte ispirazione e voglia di non conformarsi alla massa. Una cosa non scontata per un artista attivo da oltre quarant’anni. Corriere Della Musica ha avuto l’opportunità di intervistarlo via Skype: ecco il resoconto di una chiacchierata non comune.

Il nuovo singolo, Milano Chiama, è una bomba, mi ha ricordato i Clash. È la dimostrazione pratica di come, senza tanti giri di parole, si possa far arrivare un messaggio chiaro e umano al mondo. Come è avvenuta la scrittura di un brano così potente?

È stato uno di quegli istanti magici che capitano, per fortuna… (Mi parla mentre posa una chitarra alla quale sta lavorando ndr). Mi diletto a costruire chitarre, come vedi. A un certo punto, ho fatto una chitarra per il mio chitarrista, Giovanni Maggiore. Sul modello di una Stratocaster, con alcuni accorgimenti. La stavamo provando, stavamo provando un po’ di chitarre che avevo assemblato e a un certo punto, non so se te ne intendi, ma a un certo punto gli ho detto di provare il pickup al ponte e lui ha fatto questi accordi taglienti che poi sono quelli che senti nel pezzo. A me è venuto spontaneo: “MILANO CHIAMA e PACHINO RISPONDE!”. Pachino e non Pechino all’inizio, perché il terzo della nostra squadra, Andrea Pintaldi, abita a Pachino in Sicilia. Avrebbe dovuto raggiungerci il martedì precedente, ma l’emergenza Coronavirus la costretto a rimanere in Sicilia. A distanza, durante questa quarantena che poi è diventata una novantena, abbiamo quindi lavorato al pezzo. La gente magari si aspettava una canzone del tipo “vogliamoci tutti bene”, invece me ne sono uscito con un brano di lotta contro questa situazione. L’idea di che cosa possiamo imparare da questa esperienza. “Essere comunità nella libertà”, anche ora, in casa, dove mi trovo con mia suocera, mia moglie, mia figlia, la mia cagnetta. Insomma, abbiamo dovuto riabituarci a questa clausura e all’impossibilità di socializzare. E spero davvero che impareremo qualcosa da questa situazione.

C’è un verso in Milano Chiama che appunto dice: «Esser comunità nella libertà da sempre questo è stato il mio sogno». In un periodo come questo, quanto siamo vicini (o lontani) da questo orizzonte?

Saremo costretti a esserlo perché siamo sempre di più su questo pianeta e questo tipo di avvenimento è una novità. Credo che purtroppo come è stato per l’AIDS e come è stato per l’11 settembre, ci saranno dei cambiamenti nelle nostre vite. Però al contrario di quegli eventi, questa è un’emergenza mondiale che ha un nemico alieno. E’ la prima invasione aliena che stiamo subendo.

Lo scorso Primo Maggio, non ho potuto fare a meno di pensare alla collaborazione con gli Elio e le Storie Tese per il tuo brano A Piazza San Giovanni. Tra l’altro ero tra il pubblico al Carroponte, quando lei fu ospite al loro tour d’addio. In una situazione come quella attuale, da musicista professionista, quanto manca la dimensione live?

Tantissimo, anche perché credo che la dimensione live, oramai unica fonte di guadagno facendo questo mestiere, è per me un momento preziosissimo. Quando siamo nei teatri, quando c’è il buio in sala tu non vedi niente e come se avessi davanti il nulla, l’ignoto. A me invece piace guardare verso il pubblico e chiedo sempre ai tecnici di puntare una lucina perché voglio vedere la gente, voglia sentirla, voglio guardarla negli occhi. E’ fondamentale. Paul Simon, un grandissimo della musica, una volta fece una tournee nei teatri e gli chiesero: “ma perché non nei palasport? guadagneresti molto di più, lavoreresti di meno”. Con una serata in uno stadio avrebbe fatto dieci serate in teatro. Simon rispose così: “adoro suonare in buone condizioni, adoro che mi si ascolti bene e poi mi piace poter guardare negli occhi uno che sta in ultima fila. E’ una cosa importantissima, è vitale”.

L’era delle connessioni on line, dove abbiamo visto musicisti di tutto il mondo unirsi per una causa comune o improvvisare concerti da casa, può rappresentare qualcosa di positivo nel panorama musicale?

La dimensione live è una cosa, qui stiamo imparando in fretta e forzatamente a usare un mezzo. Per esempio, quest’intervista. Anzi mi scuso con chi ci sta guardando (indica l’ammasso di cose alle sue spalle) per il casino che c’è qua dietro. In realtà avevo trovato un laboratorio qui vicino ma proprio quando stavo per trasferire tutti gli attrezzi, le chitarre, BUM! è calata la serranda e sono rimasto qui bloccato.

Fa molto rocker se glielo posso dire, molto rockstar.

Sì, fa molto anziana rockstar vedi il sacchetto dell’amplifon lì dietro (lo indica) cinquant’anni con una batteria dietro le spalle (ride) ti fanno aver bisogno di un’ulteriore amplificazione.

Ho sempre trovato la sua musica un contatto umano molto diretto, nei primi lavori  o come Fibrillante del 2014. Amo molto Ivan Graziani è un mio idolo. Ho sempre trovato una certa comunanza nei testi con questo grandissimo artista.

C’era anche una grande comunanza umana. Ivan ha fatto uno dei più bei gesti che un musicista possa fare. Quando eravamo entrambi affamati, giovani musicisti affamati, io ero un amante del blues suonavo in Rolling Stones, lui ha sempre adorato i Beatles, ha sempre avuto quel tipo di visione, era un chitarrista straordinario. Lui aveva trovato questa gig (ingaggio), questo posto straordinario da piazzista in un ristorante in Brera che esisteva allora e passando di tavolo in tavolo, a richiesta faceva le canzoni dei Beatles, le canzoni diCat Stevens e i grandi classici dell’epoca. Quando gli chiedevano il blues, i Rolling Stones o gli Who si trovava un po’ così. Prendeva 20mila lire a sera per questo lavoro, era una paga straordinaria che tutti gli invidiavamo. A un certo punto lui mi chiamò e mi offrì metà del suo lavoro dicendomi : ”Eugenio tu fai i Rolling Stones, insieme facciamo dei coretti, facciamo delle cose”.  Insomma divise metà di questo tesoro quotidiano con me, con un altro principiante. Adesso sembra una stronzata detto così, ma era l’ideale dei buskers, dei ragazzi affamati che stavano iniziando a suonare. Condividere una cosa così è quasi più che condividere una donna, almeno a quell’epoca lo era, quando c’era l’amore libero. Un mestiere pagante da musicista? Ma scherziamo! E’ stata una cosa straordinaria! Con Ivan siamo rimasti molto amici poi ha chiamato a suonare con lui  Hugh Bullen e Walter Calloni, la sezione ritmica dei miei primissimi dischi che allora erano ragazzini. La copertina di Pigro è stata fatta da mia moglie, lo studio Convertino, ancora oggi sentiamo Anna e i figli di Ivan. Io sono molto, molto legato a Ivan gli volevo un bene folle e lo ammiravo molto, aveva una voce incredibile ed era un chitarrista straordinario, quella era la cosa che invidiavo di più.

Della sua produzione recente, ho amato tantissimo Fibrillante, un lavoro incredibile e ispiratissimo. Penso a “Cadere e Sognare”, un brano che arriva letteralmente sottopelle.

Per chi non l’ha sentito, è un pezzo su una persona che perde la propria occupazione, ispirato da un evento successo proprio nel Sulcis in una serata per il lavoro, un evento molto toccante. Un uomo mentre stavamo suonando si è messo a urlare: “Aiutaci Eugenio! Aiutaci! Siamo disperati!”. E da lì mi sono immaginato la storia. Purtroppo, troppo plausibile.

Credo che le atmosfere elettroniche di quel disco si sposino perfettamente con la sua musica e la sua vocalità che negli anni si è colorata di molti stili diversi. L’idea è di proseguire lungo quella strada anche in futuro?

Milano Chiama è ancora più elettronico e ancora più sperimentale, il suono è rock e la produzione estremamente elettronica, molto attuale. E’ picchiattissima come missaggio e produzione. Io sono uno sperimentatore, mi piace sperimentare. Non ti nego che ho nel cassetto un paio di cose che a confronto Milano Chiama è una canzone tradizionale. Il problema adesso è il senso, la distribuzione. Non credo più negli album, negli LP, anzi nell’idea di concepire un Long Playing. Siamo in tempi velocissimi e se avessi un album, se lo iniziassi adesso, ci metterei probabilmente un anno a farlo, allora la canzone non avrebbe più alcun senso. Quindi penso che pubblicherò le canzoni man mano che le faccio, in qualche modo saranno sempre sperimentali. Non ti nego che alcuni sono scioccati, ma a me piacerebbe usare l’autotune,  il vocoder lo uso già dal vivo in Soweto. Sono strumenti che a me piacciono tantissimo, sdoganati anche da Paul McCartney che li ha usati nel suo ultimo singolo, non ci sarebbe niente di male.

Come, tu useresti l’autotune?

Sì, non per una questione di intonazione,  ma perché ha una sonorità particolare che in questo momento mi interessa affrontare. Sono stato il primo ad usare il sintetizzatore in un certo modo, nel mio primo album c’era Battiato che suonava il VCS3, allora era una cosa molto sperimentale. Trappole  ai tempi era un pezzo avanti, addirittura non si capiva come fossi riuscito a fare certi suoni. Sono sempre stato incuriosito dalle novità tecniche e dalle possibilità sonore. Ecco, in questo senso trovo che Milano Chiama , proprio perché nata in fretta, nata d’impulso, è un buon connubio tra la mia scrittura e sonorità attuali.

Quindi non ci sarà un album dopo Milano Chiama?

No, quando avrò pronto un altro pezzo lo pubblicherò. Quando ce ne saranno dieci farò un album. Un album inteso come album delle fotografie, un racconto di momenti. Questo è un freestyle che mi è venuto in metrò. Possiamo documentare tutto al giorno d’oggi. Quando io ero ragazzo, per fare un video c’erano i super8, ma non avevano il suono. La mia prima videocamera portatile era un bagaglione, portatile come la Cinquecento! Il primo telefonino, era una valigia grossa così (ride).

Un’ultima domanda: la sua musica è continua fonte d’ispirazione per i giovani musicisti e non. Cosa direbbe ai giovani che vogliono intraprendere questo percorso?

Non ho idea di come funzioni oggi il mercato musicale, sono piuttosto lontano, come se vivessi in un’isola nel Borneo rispetto all’industria discografica. Ci sono artisti che non conosco, ci sono metodi, addirittura strumenti che non conosco, quindi non saprei che consigli pratici dare. Quello che posso consigliare però è di cercare gente che ama quello che amate voi, che sia seria. Io posso solo fare riferimento a quando ero ragazzo, cioè una Milano piena di gente che suonava. Ci siamo trovati con Alberto Camerini e Roberto Colombo, che ha prodotto Vacanze Romane  e per anni, Matia Bazar e Antonella Ruggiero. Poi trovi un batterista che conosce un bassista e si crea questa rete, la musica è questa. Ciò che mi preoccupa, è che tanti giovani non mi chiedono più come faccio a fare musica, ma mi chiedono come faccio a fare successo e questo onestamente non lo so, perché io non l’ho mai fatto. Ho avuto la prima botta con “Musica Ribelle” ma non sono mai stato uno primo in classifica, però mi sono costruito una realtà negli anni, con un bagaglio di esperienze straordinarie che non cambierei con nessuno. Però ho seguito la musica, non il successo. Forse c’è anche un modo per seguire il successo, ma io non lo conosco.

Potrei citare mille amici che fanno musica e la citano tra le loro influenze, io stesso sono tra quelli che hanno beneficiato della forza della sua musica.

Cosa si può rispondere a una cosa così? Grazie di cuore. Questo è un grande regalo. Sentirsi dire cose così è un privilegio, un grande onore.

Speriamo di vederci presto dal vivo.

(Ride) Ciao ti saluto! ci vediamo dal vivo, più presto possibile.

 

 

 

 

 

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