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Rod Stewart – Another Country

Per molti, ormai quasi per tutti, Rod Stewart è quel signore attempato con la faccia rifatta (che tuttavia resta sempre da culo) ormai abbonato alle residency di Las Vegas, dove si può suonare un’ora e mezza portandosi a casa migliaia di dollari ogni sera. In realtà, spesso si dimentica che il buon Rod sia un tassello imprescindibile della storia della musica rock mondiale. Prima di diventare una sorta di caricatura di se stesso, Stewart ha incarnato un certo tipo di attitudine rock n roll non dissimile da quella degli amici Stones, tanto che uno dei suoi fedeli compagni di palco, bevute (e di figa) era proprio Ron Wood, passato poi alla corte di Jagger e, soprattutto, Richards. Ebbene, questa fine di 2015 mostra un trend ben preciso: i vecchi sono ancora tra noi e lo fanno con grandissima dignità. Se, a parere di chi scrive, i dischi migliori degli ultimi tempi appartengono a gente come David Gilmour e lo stesso Keith Richards, va riconosciuto all’autore di Maggie May il merito di aver pubblicato un album sì laccato e iper prodotto, ma di pregevolissima fattura. Non un caso, visto che anche il precedente Time aveva fatto balzare dalla sedia più di un critico, con recensioni che andavano dal buono all’entusiasta, per un sostanziale plebiscito che non si vedeva da decenni per un suo disco. In realtà, la vera rinascita iniziò con la serie di album in cui l’artista reinterpretava i grandi classici della musica americana, anche contemporanea: come una sorta di Johnny Cash figo (esteticamente parlando) Rod era stato in grado di svecchiare brani relegati alla memoria di pochi appassionati, riaccendendo al contempo l’interesse verso una carriera ormai al capolinea. Another Country è un disco che più americano non si potrebbe, tanto che in molti sono ormai convinti che il nostro non provenga dal Regno Unito, ma bensì da qualche cittadina yankee. La sua voce sa ancora emozionare e il segreto dell’ultima parte di carriera sta tutta nei testi autobiografici, spesso al limite della confessione pura. Tra le chicche, Please (con quel falsetto marcio che mette i brividi) e The Drinking Song, che non ha bisogno di spiegazione alcuna.

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